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Caro Nichi, Caro Gigi

5 novembre 2011

Caro Nichi, Caro Gigi,

ho quasi ventisei anni, mi sono laureata con il massimo dei voti, e sono disoccupata. Ma questa non è la mia storia, questo non è il mio problema. Quella che vi scrivo è la storia di centinaia, migliaia di giovani.

Dicevo “ho quasi ventisei anni” perchè a giorni sarà il mio ventiseiesimo compleanno, e a quasi ventisei anni, se possibile, mi sento già una fallita.

Sento di aver fallito il mio obiettivo, perchè mi sono impegnata, ho studiato, ho imparato, e ho messo le mie competenze al servizio del Paese, ma il Paese non le ha volute. Il Paese si disinteressa quotidianamente da almeno dieci anni di centinaia, megliaia di giovani preparatissimi, e sacrifica il suo futuro. Non bastano le decine di manifestazioni che ogni anno si fanno, noi siamo invisibili.

Caro Nichi, Caro Gigi, fosse il futuro il problema dei giovani mi sentirei sollevata, sapevo già che non avrei avuto un futuro certo, sapevo già che non avrei mai avuto un lavoro a tempo indeterminato, sapevo già che non avrei avuto previdenza sociale e pensione garantita. Sapevo anche che difficilmente mi sarei potuta permettere una casa dignitosa e sapevo bene che avrei dovuto raccogliere a mani piene tutto il mio coraggio per mettere al mondo una nuova vita. Con tutto ciò mi ero già confrontata e lo avevo in qualche modo, per qualche assurda ragione, anche accettato. Ciò con cui non avevo fatto i conti era la negazione del presente.

Negazione del presente di cui nessuno parla.

Non ho mai pensato, neanche per un istante, che impegnandomi e ottenendo i massimi risultati accademici, facendo due stage, per quanto brevi, in istituzioni di un certo rilievo, interessandomi politicamente nella mia città, prendendomi pure la briga di fare la portavoce politica, sarei rimasta disoccupata. Non ho mai preteso nulla dal mondo del lavoro. Sono di Sinistra, non credo nell’arricchimento personale, non credo nella rincorsa al Dio Denaro, non credo nel carrierismo fine a se stesso. Ciò che ho sempre desiderato è fare un lavoro di cui poter andare fiera (moralmente), inerente ai miei studi, ricevendo in cambio uno stipendio dignitoso. Eppure chiedere questo, nell’Italietta mediocre dei furbetti, è come chiedere la luna.

Ho avuto il mio treno. Il mese scorso. Ho sostenuto un colloquio di lavoro per il lavoro dei miei sogni. Ciò per cui ho studiato, ciò che mi appassiona in modo forte, vorace, ipregnando il mio modo di pensare. Ho avuto il mio treno perchè mi hanno ricontattato per il secondo colloquio. Ho detto NO! Perchè ciò che mi hanno offerto è il lavoro dei miei sogni condito con rimborso spese sul biglietto del treno per raggiungere la sede di lavoro (40km) e ticket restaurant giornalieri per un totale di ben 4.70 euro al giorno circa. Capisco che al Parlamento si possa gustare un branzino in crosta a 3 euro e 50 ma nella vita vera non funziona così. E’ passato il treno e non sono salita, e sono ancora qui a chiedermi se ho fatto bene o no. E il signor Feltri, ben accompagnato da molti altri acuti pensatori di destra e di sinistra, potrà anche andare in televisione a dire che noi giovani siamo viziati e non siamo disposti a sacrificarci,che suo nonno di sacrifici ne ha fatti stando zitto e muto, ma io ho detto no. Ho detto no perchè il mio tempo ha un valore, le mie competenze hanno un valore, la mia dignità non dovrebbe avere prezzo.

Un Paese civile, caro Nichi e caro Gigi, impedisce ai propri giovani, di subire tanta umiliazione. Di subire quotidianamente l’umiliazione di osservare impietriti l’incompetenza al governo, della propria Regione, Provincia, Città o Paese dove siedono gli scranni molto ben retribuiti i figli di…, gli amici di…, le amiche di… E non sto certo dicendo che sono tutti così, non sto certo dicendo che la Politica fa tutta schifo: io e l’antipolitica siamo molto lontani, non la passione per la democrazia, per la giustizia, per la meritocrazia.

Euppure io sono tra i fortunati. Ho due genitori meravigliosi che mi mantengono e mi assicurano un tetto sulla testa , cibo, vestiti puliti, qualche soldo in tasca. Due genitori meravigliosi che si sono sacrificati per farmi studiare, che hanno investito le loro pensioni sul mio futuro e su quello di altri tre figli, ed io non sono certa di poterli ricompensare di tale sacrificio. Sinceramente, sono quasi certa che non li ricompenserò a dovere, e non perchè io non lo voglia, ma perchè questo Paese me lo impedisce. Sono fortunata perchè non sono obbligata per ora, ad accettare qualunque tipo di lavoro, perchè ci sono loro, che mi tutelano e mi proteggono ma vi chiedo: riuscite ad immaginare quanto sia umiliante vivere sotto l’ala protettrice di mamma e papà a ventisei anni?

Sono viziata, sono cresciuta nel benessere, come i centinaia di giovani che vivono la mia stessa situazione. Non voglio fare l’impiegata in uno studio di avvocati, o di commercialisti o chicchessia perchè non è per questo che ho studiato. Non è per questo che i miei gentiori hanno speso un minimo di 20mila euro (retta + libri + abbonamenti treno/metro all’università pubblica). Non voglio farlo non perchè si guadagni male, perchè probabilmente guadagnerei di più così che inseguendo i miei stupidi sogni, ma perchè non è giusto!!

Sono viziata?! Forse si, ma nessuno mi ha mai regalato niente, i miei risultati sono frutto del mio impegno, della mia determinazione. Ed ora voglio il mio rimborso. Voglio un lavoro, voglio la mia dignità, voglio solo ciò che mi merito.

Ora presento il conto, e lo presento a voi.

A voi, perchè in voi ripongo quel poco di fiducia che mi è rimasta verso la politica.

Qualcuno si arrabbierà leggendo questa lettera, perchè non cito operai e la working class; qualche impiegato laureato si sentirà offeso e penserà “ma chi cavolo si crede di essere questa?”.Ciò nonostante credo che molti altri si sentono esattamente come me. Io scrivo ciò che so, e  so che sono cresciuta tra mille sogni e mi sono svegliata nel mondo reale. Datemi il tempo di farci l’abitudine.

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