La Deriva: breve racconto italiano (parte prima)

2009 Giugno 20

Sembra che l’Italia, o meglio gli italiani, vivano sospesi in una bolla d’aria dove non si rendono conto di quello che gli accade intorno. L’Italia, il Bel Paese, è il primogenitore del Fascismo, imitato poi in tutta Europa, ed anche al di là delle barriere continentali. È roba passata, certo. Tuttavia è un Paese senza memoria. Le colpe sono molte, i motivi vari. Uno di questi motivi è la “narrazione egemonica” della storia d’Italia dall’avvento al fascismo alla guerra di liberazione. La narrazione egemonica è innanzitutto figlia della democrazia cristiana, tuttavia presto sposata da tutto l’arco costituzionale: il fascismo si è imposto, gli italiani sono brava gente, o certamente migliore dei nazisti tedeschi, l’Italia ha subito il fascismo ed è sua vittima, la Resistenza è un’insurrezione popolare di massa. Tutto questo racconto ha avuto naturalmente il pregio di unificare, se pur per un periodo limitato, tutto un popolo; ed è stato utile a De Gasperi, alla conferenza di Versailles, per dare onore al Paese, per presentarlo se non come vincitore, almeno come vittima, e non come perdente. Tentativo vano, anche se qualche beneficio in quanto a costi di guerra eccetera eccetera lo ha apportato. Questa narrazione egemonica ha fatto si che si andasse creando in Italia una “memoria debole”, sicché gli italiani non hanno assimilato i danni del fascismo, non hanno assimilato il valore della Resistenza e le istanze ad essa collegate. Si è tentato un percorso che non facesse “fare i conti con il passato” e quindi che evitasse di dibattere riguardo alle responsabilità del popolo sull’ascesa del fascismo, facendo così passare il popolo come vittima iniziale e finale di un disegno egemonico di un unico ed esclusivo uomo. Eppure, anche la storia scritta, contraddice questa narrazione, che ripeto è frutto dell’intero arco costituzionale (dai comunisti ai liberali), contraddice tale racconto. Il fascismo ha fatto, si, la marcetta su Roma, tuttavia erano “4 gatti”. C’è stata la responsabilità del Re, ma al fianco di questa c’è stata la responsabilità di una classe politica incapace di comprendere ed affrontare il pericolo imminente di una dittatura. C’è stata poca lungimiranza politica, e c’è stato un popolo che ha votato il Listone, creato da Mussolini, consegnando a questi il Paese. C’è stato un popolo che ha affollato piazza Venezia quando il Duce propagandava la grandezza della nazione, quando propagandava la supremazia della piccola Italia, al pari dei grandi della terra. C’era un popolo plaudente quando Benito Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia al fianco dela Grande Germania di Hitler. C’è stato, soprattutto, un popolo, la maggior parte degli italiani, che per tutto il periodo della Resistenza sono stati a guardare, osservare, indifferenti, tutto quello che accadeva. Un popolo che non prendeva posizioni, o prendeva la più vicina, la più comoda. E per l’amor del cielo, era un popolo stanco, che voleva solo la fine della guerra, che voleva solo mangiare e vivere in pace, ma pur sempre un popolo che non è stato capace di schierarsi. Questa grande memoria condivisa, che tende a falsare la storia, a non fare i conti col passato, a non esaminare le cause che hanno portato il fascismo al potere e poi alla caduta, ha fatto si che oggi la maggior parte della popolazione, riconducibile a quel popolo grigio che non sapeva schierarsi, ed esteso a tutti coloro che a questa narrazione egemonica hanno creduto, volenti o nolenti, pienamente, non si accorga di quello che sta accadendo, o che comunque, non si faccia sfiorare dal dubbio che qualcosa di strano, in Italia, c’è. In Italia si legifera per creare associazioni di cittadini che mantengano l’ordine e controllino le strade, si legiferano le ronde. E queste ronde vengono applaudite dalla popolazione perché viviamo nell’insicurezza. Si legifera ciò che già Mussolini rese legale. Quelle che erano camicie nere fuori legge diventarono milizia fascista in piena ordinanza statale. Quando si dice che la storia insegna… Quello che qui si tenta di fare non è paragonare Berlusconi a Mussolini o le camicie nere al fascismo, ma semplicemente provare a divulgare il semplice concetto del “potrebbe sfuggire dal controllo” e provare a far si che queste iniziative non vengano sottovalutate, così come mai sopravvalutate. È ovvio che molto cittadini che prenderanno parte alle ronde saranno civili con ideali ben lontani da quelli del ventennio, che semplicemente vivono un clima di insicurezza, appositamente creato, e che vogliono difendere l’ordine comune, tuttavia tra questi ci sarà certamente qualcuno che, nostalgico od ideologizzato, approfitterà della legalizzazione per dare sfogo alla propria voglia di ordine (fascisticamente inteso) e autorità. Quello che questo Paese sta rischiando: l’autoritarismo. Autoritarismo non significa fascismo, non sono sinonimi, tuttavia all’epoca furono concetti strettamente connessi, perché allo stato autoritario segui quello dittatoriale. Il punto è che in un Paese democratico non dovrebbe nemmeno persistere il rischio dell’autoritarismo, senza necessariamente spingersi fino al fascismo. La deriva, è un concetto libero e volatile. Nulla di certo, solo un pericolo, solo un mezzo-avviso. E così quando dicono che l’Anpi è un’associazione reducistica, che non fa nulla per il presente; quando dicono che fascisti ed antifascisti è tutta roba passata, dicono menzogne, continuano la loro narrazione egemonica, o peggio ancora continuano il loro processo di “cammino verso il dimenticatoio” che riservano alla lotta partigiana, all’avvento della democrazia, ed al ripudio del fascismo. Ed ancora quando dicono che gli antifascisti, in Italia, aiutano a fomentare paura e clima di guerra civile latente, ancora raccontano menzogne, perché compito di ogni antifascista, che per conseguenza è insitamente democratico, è difendere la democrazia da ogni tipo di deriva autoritaria, p semplicemente meno democratica della democrazia. È l’ovvietà, l’ovvio che sfugge all’Italia.

Sono partigiano, perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti (Antonio Gramsci)
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